giovedì 14 febbraio 2019

Sia lodato l’otto per mille


Sia lodato l’otto per mille. Così la Chiesa si pappa tutto. 

Al Vaticano un miliardo, allo Stato 175 milioni.


di Carmine Gazzanni.

http://www.lanotiziagiornale.it/sia-lodato-lotto-per-mille-cosi-la-chiesa-si-pappa-tutto-al-vaticano-un-miliardo-allo-stato-175-milioni/

C’è evidentemente qualcosa che non va nel momento in cui il 35% dei contribuenti scelgono espressamente la Chiesa cattolica come beneficiaria dell’otto per mille della propria dichiarazione dei redditi, e la stessa Chiesa finisce, però, col papparsi l’81% dell’intera torta a disposizione. In soldoni: un miliardo 5 milioni e rotti di euro, frutto più della quota non espressa che di quella optata. Mai andare contro Santa Romana Chiesa, però: le istituzioni non hanno mai pensato di mettere mano alla normativa che regola il meccanismo dell’otto per mille, nonostante svariati solleciti. Nel 2014 (e poi ancora nel 2015) la Corte dei conti ha detto senza mezzi termini che è “opportuna una rinegoziazione” tra Stato e confessioni religiose (oltre la Chiesa cattolica, che fa la parte del leone, ci sono altri 10 istituti). In quella stessa relazione, infatti, i magistrati sottolineavano come “il sistema risulta non del tutto rispettoso dei principi di proporzionalità, di volontarietà e di uguaglianza”. E non solo per la nota e clamorosa distinzione, mai colmata, tra “optanti” e “contribuenti”. C’è dell’altro. “In un periodo di generalizzata riduzione delle spese sociali a causa della congiuntura economica – si legge in quelle relazioni – le contribuzioni a favore delle confessioni continuano, in controtendenza, ad incrementarsi, avendo, da tempo, superato ampiamente il miliardo di euro annui, senza che lo Stato abbia provveduto ad attivare le procedure di revisione di un sistema che diviene sempre più gravoso per l’erario”. Un sistema che, introdotto nel 1985, è vecchio di 33 anni. È indubbio, in altre parole, “un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana”. D’altronde, già nella relazione della Commissione paritetica Italia-Cei del 1996 si leggeva che “non si può disconoscere che la quota dell’otto per mille si sta avvicinando a valori, superati i quali, potrebbe rendersi opportuna una proposta di revisione”. Sarà mai stata fatta? Ovviamente no. E il risultato è che il contributo delle confessioni religiose è passato da complessivi 209 milioni del 1990, ad oltre 1,2 miliardi nel 2018.

Chi si siede a tavola – Ma a questo punto entriamo più nel dettaglio. Secondo i dati del dipartimento Finanze del ministero dell’Economia, le scelte espresse valide sono poco più di 17 milioni, quelle non espresse superano i 22 milioni. Basterebbe questo per capire che più di qualcosa non torna. Fatto sta che per il 2018 la Chiesa godrà come detto di oltre un miliardo di euro. Una cifra monstre, soprattutto se paragonata a quella delle altre confessioni. Dai 32 milioni che andranno ai valdesi fino ai 4 e rotti di cui godrà l’Unione comunità ebraiche italiane, per passare agli 8,7 dell’Unione Buddhista italiana e ai 3,9 della Chiesa evangelica luterana in Italia. C’è da dire, altro particolare, che dal 2020 (anno in cui verrà, secondo le stime del Mef, assegnato l’otto per mille relativo alla dichiarazione dei redditi 2016) siederà al tavolo dell’otto per mille anche una new entry: la Soka Gakkai. La confessione religiosa – in realtà una brancadel buddhismo, nonostante tra i beneficiari già ci sia, come detto, l’Ubi secondo i calcoli godrà di 52.777 scelte espresse. Difficile dire a quanto economicamente corrisponda tale dato. Certo è che la comunità ebraica, che si muove su scelte espresse simili, gode, come detto, di una fetta che vale oltre 4 milioni. è plausibile, dunque, supporre che, se le cose non dovessero mutare (come pare), anche la Soka arriverà a percepire una cifra ditale sorta. Non male.
 
E lo Stato? – A questo punto la domanda: e lo Stato? Nelle casse pubbliche, ahinoi, entreranno solo 175 milioni (l’anno scorso erano 190). E perché mai un deficit così vasto con la Chiesa? La ragione va ritrovata non solo nel sistema che sarebbe da aggiornare, ma anche nel fatto che, come sottolineato sempre dalla Corte dei conti, lo Stato è “l’unico competitore che non sensibilizza l’opinione pubblica sulle proprie attività e che non promuove i propri progetti”, tanto che “non si sono promosse specifiche campagne pubblicitarie di tipo diffuso sui media”. Insomma, un interesse scarso. O, meglio, genuflesso.
 

martedì 12 febbraio 2019

Il saluto


Devo dire che in genere mi viene attribuita una certa pazienza e/o clemenza nei confronti degli altrui comportamenti, e mi riferisco ovviamente a quelli un po’ troppo esuberanti e/o provocatori. Non so se questo corrisponda al vero (o se forse sia più che altro una sorta di deformazione professionale), certo è che, per contro, sono particolarmente insofferente ed intollerante verso le persone che - ed è l’argomento del quale parliamo oggi - negano il proprio saluto.
In termini psicologici (e qui tutto è ovviamente trattato sotto questa lente), mi interessa poco il fatto che questa sia una manifestazione di evidente maleducazione: a me interessa invece sottolineare con voi i significati sociali di questo gesto così quotidiano e così importante.Partiamo da un concetto di base imprescindibile: salutare qualcuno, con il quale ci si imbatte, vuol dire fondamentalmente riconoscergli una identità. E’ un po’ come dire “Tu, per me, esisti; hai un nome, un cognome e un ruolo nella mia vita… ed anche se non dovessi sapere come ti chiami, ti conoscessi solo di vista o qualcuno mi avesse semplicemente parlato di te, questo è bastato per aver occupato un piccolo spazio nella mia rubrica personale di contatti”.Questa definizione, che ognuno di noi ha intrinsecamente in testa, anche se probabilmente non ci si è mai soffermato in maniera così molecolare, è fondamentale per consentirci di interpretare correttamente ciò che poi accade nella realtà di tutti i giorni e quindi per formarci anche una opinione e un giudizio sul comportamento del prossimo. Sì, perché, se è vero ciò che abbiamo appena sostenuto, coloro che ci negano il loro saluto, in realtà CI STANNO NEGANDO UNA IDENTITA'!In altre parole, vogliono farci sapere che noi - per loro - non esistiamo! E non mi riferisco a quei soggetti che non ci salutano perché disattenti, persi nei loro pensieri, particolarmente timidi, palesemente impegnati in altro, ecc.: No...! Parlo di quegli irriducibili che quando li incontri, li saluti, e loro o abbassano la testa o la girano (i più prepotenti continuano addirittura a guardarti) e… NON RISPONDONO al saluto! 
Come si capisce facilmente, questa è una presa di posizione che, in assenza di motivi più che solidi, è particolarmente grave e che personalmente non mi sento di giustificare mai. Anzi, vi confesso che il disappunto per questa scortesia, evitabile con poco sforzo (non è il massimo, ma mi accontenterei anche di un saluto poco sentito!) mi irrita molto! Certo, il tema del saluto, purtroppo non si esaurisce solo con il fatto che venga o non venga corrisposto. Esistono una serie di convenzioni sociali e culturali che si sono stratificate nel tempo e che determinano il copione e le regole di come ci si saluta. Non sono regole scritte e/o necessariamente apprese formalmente, ma tutti le conosciamo (e quasi tutti, nella maggior parte dei casi, le adottiamo).Ne citiamo almeno due, premettendo che in questo caso la cultura di appartenenza svolge una importante influenza, tanto che basta già allontanarsi di una regione (se non di una provincia) per trovare usi e costumi più o meno sensibilmente differenti:

1. Salutare per primi è un gesto di deferenza: la persona meno importante e/o più giovane tra le due (assegnando d’ufficio all’anzianità una sorta di “senority”) deve essere la prima a salutare (es. l’impiegato col proprio capo).

2. Salutare con maggiore entusiasmo/vigore è segno di opportunità: la persona che, tra le due, ha maggiore “bisogno” dell’altra (in tutte le accezioni che vogliamo dare a questo termine), deve mettere più entusiasmo nel saluto (es. il paziente col proprio medico)Ecco, anche rispetto a queste pseudo-regole ci sarebbe parecchio da dire… Il rischio infatti è quello di restare ingabbiati in un cliché, che ci piove dall’alto, al quale pensiamo di doverci per forza uniformare e che invece applicato empiricamente non è né produttivo né utile.
Pensiamo ad esempio che bel segnale arriverebbe da un responsabile di un ufficio che saluta con entusiasmo un proprio collaboratore… O un anziano che per primo saluta un gruppo di ragazzini… Se l’intento è autentico, perché soffocarlo in nome di un non meglio identificato codice comportamentale? In conclusione, il saluto è connaturato alla nostra condizione di animali sociali, ed è il biglietto da visita che anticipa tutte le nostre interazioni (la buona educazione ci dice che si parte sempre da lì, no?) agevolandole o spesso compromettendole sul nascere. Tutto questo è già di per sé sufficiente per riporre più consapevolezza e più valore in questo gesto che, come dicevano saggiamente i nostri nonni “…ancora non si paga”!!!