sabato 16 luglio 2016

Dalai Lama e le religioni


Dopo l'attacco terroristico a Parigi, il Dalai Lama ha esordito con la frase:

“Ci sono giorni in cui penso che sarebbe meglio se non ci fossero le religioni”.


Alla domanda cosa intendesse dire ha continuato così:

“La conoscenza e la pratica della religione sono state utili, questo è vero per tutte le fedi. Oggi però non bastano più, spesso portano al fanatismo e all'intolleranza e in nome della religione si sono fatte e si fanno guerre. Nel XXI secolo abbiamo bisogno di una nuova etica che trascenda la religione.
La nostra elementare spiritualità, la predisposizione verso l'amore, l'affetto e la gentilezza che tutti abbiamo dentro di noi a prescindere dalle nostre convinzioni sono molto più importanti della fede organizzata. A mio avviso, le persone possono fare a meno della religione, ma non possono stare senza i valori interiori e senza etica”.

L'intervista è di Franz Alt rilasciata in gennaio dopo la strage di Charlie Hebdo riportata sul e-book uscito in giugno “An Appeal By The Dalai Lama To The World - Ethics are more important than religion”.

Dal web : Sono parole che danno un senso che mi sembra nuovo, innovativo. Le religioni non devono essere lasciate o rifiutate, certamente no. Ma se la religione la intendo nel senso che io sono di “questi” e loro sono degli “altri”, se sono nel dualismo “io-non io”, se lego alla religione il senso di superiorità della presunta eccellenza e al contempo di separatezza dal resto delle altre persone che non sono del mio gruppo, allora nell’errore sono io, non la religione.
Quindi non serve cambiare religione perché non ce ne sono di sbagliate e non ce n’è una migliore delle altre, sono io che devo cambiare, verso la morbidezza, l’umiltà e l’accoglienza.

In questo senso ho fiducia che il percorso che facciamo insieme come Comunità Interreligiosa che accoglie tutti senza chiedere ed è interessata e aperta a ogni sentire, porgendo ascolto amorevole e non giudicante, può essere l’esperienza di un primo passettino.
Molto è da fare e da elaborare, non solo sul piano teoretico, ma anche di una pratica etica di convivenza e rispetto.
Le teorie possono servire, ma è il cuore e il desiderio di incontro con l’altro il motivo primo che può sviluppare questo atteggiamento. La conoscenza mentale e l’intelletto da soli non bastano senza uno slancio del cuore, puro, disinteressato, accogliente e inclusivo per l’altro da sé. Questo atteggiamento ha di positivo che non può evocare il giudizio e nemmeno avere la certezza che solo io ho la Verità, sono quindi uno con molti altri.

La Verità rimane sopra tutti, altissima, la fede e il credente seguono la Verità professata da quella religione che è l’organizzazione e la rappresentazione della Verità la quale rimane però comunque trascendente, che non può essere formalizzata e contenuta in una formula umana, in quanto appunto come trascendente supera la finitezza dell’umano e le sue categorie cognitive. Se credo in una Verità trascendente questa deve contenere il Tutto, ed è lei stessa il Tutto, non può essere altrimenti, anche se questo tutto non riesco a contenerlo in me.

Credo che sia proprio nell’incontro con gli altri, con altre fedi e spiritualità diverse dalla mia che posso cogliere aspetti importanti della mia stessa fede che nel cammino personale non avevo ancora compreso appieno e messo nella giusta prospettiva. Ogni religione si riferisce al Tutto, ma non sempre posso cogliere questa completezza nel mio sentimento personale.
Mentre se ho al contrario la certezza di possedere saldamente in mano tutto questo, mi dovrebbe venire il dubbio che ciò che sento non è il Tutto ma solo illusione e costruzione dell’ego, che cerca inevitabilmente certezze granitiche e facili conferme al suo bisogno di superiorità per esorcizzare la sempre presente per lui paura della morte; ed è questo che effettivamente può portare al dogma integralista ed un mediocre fondamentalismo può scatenare cieca violenza, proprio perché si è diventati ciechi al Mistero.


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